Maratoneta Parkinsoniano

Mi chiamo Edoardo e ho 44 anni.

Nove anni fa, nel 2010 ho cominciato a soffrire i primi sintomi della malattia di Parkinson. Nel 2012 è arrivata la diagnosi definitiva.

I parkinsoniani soffrono, a causa della malattia, sia di disturbi motori, come rigidità, lentezza nei movimenti e tremore a riposo, che non motori come tendenza alla depressione, ansia, perdita di energia mentale e astenia psichica.

Attualmente non esiste cura. Tutto ciò che si può fare è tenere sotto controllo i sintomi motori con le medicine, l’esercizio fisico e lo stile di vita, e combattere la depressione ad esempio dedicandosi ad attività che appassionino e facciano stare bene.

Io ho la fortuna di aver trovato una passione che oltre a coinvolgermi emotivamente è anche in grado di apportare preziosi benefici al mio corpo:

La corsa.

Mantenere il mio fisico sempre allenato mi aiuta a contrastare la perdita di agilità e di equilibrio e le difficoltà nei movimenti.

Correre lunghe distanze innesca inoltre la produzione di endorfine, serotonina e altri neurotrasmettitori che combattono la depressione e l’ansia, riducono lo stress, alleggeriscono la fatica mentale e favoriscono la positività.

Per cui quando posso correre sto meglio, sia fisicamente che mentalmente, tanto che la corsa mi ha reso dipendente, come la più sana delle droghe.

Col progredire degli allenamenti poi le mie prestazioni sono migliorate e la corsa è diventata anche il mio interesse principale. Mi sono iscritto a una società podistica e ho cominciato a gareggiare a livello competitivo, così oggi posso considerarmi un runner a tutti gli effetti.

Quando si nutre una passione intensa per un’attività che non solo ti fa stare bene ma può anche darti grosse soddisfazioni, si è disposti ad affrontare ogni tipo di sacrificio per assecondarla. Si impara a faticare per un obiettivo e a “sognare in grande” per se stessi. Si diventa capaci di compiere notevoli imprese e di raggiungere risultati anche ragguardevoli.

E quando ci si dedica alla corsa con costanza per diversi anni viene naturale desiderare di confrontarsi con la “distanza regina”. Così è stato anche per me: una volta abbandonate insicurezze e timori reverenziali, ho deciso che era giunto il momento di correre una maratona.

Fra i vari sintomi del Parkinson, i due che ostacolano maggiormente la possibilità di correre sono la stanchezza fisica dovuta alla fatica maggiore nel compiere ogni normale movimento quotidiano, e la distonia, cioè contrazioni muscolari involontarie prolungate che provocano rigidità e logorano le articolazioni, in particolare, nel mio caso, della gamba sinistra.

Per contrastare la stanchezza eccessiva occorreva un buon programma di allenamento che abituasse gradualmente il corpo a sessioni di corsa prolungate. Stare diverse ore sulle proprie gambe, calpestando continuamente il terreno passo dopo passo, doveva diventare quasi una condizione fisica naturale.

Essendo un neofita sulla distanza dei 42 Km e non disponendo di un trainer personale fidato, ho utilizzato un approccio di tipo “bibliografico”: ho scaricato, analizzato e confrontato decine di tabelle e manuali e mi sono costruito una programmazione degli allenamenti personalizzata, adattando il materiale raccolto alle mie esigenze e aggiornando man mano la tabella sulla base di come reagiva il mio precario equilibrio fisico in termini di risposta ai diversi stimoli, capacità e tempi di recupero, spossatezza o freschezza muscolare, ecc….

Per quanto riguarda la distonia invece il discorso è un po’ più complicato.

La rigidità a riposo provoca un’eccessiva tensione muscolare che sovraccarica i tendini rendendoli fragili e facendo aumentare il rischio di infortuni. Per potersi permettere di correre con continuità bisognerebbe portare avanti parallelamente anche un programma di potenziamento muscolare per proteggere le articolazioni. Ma è un impegno che richiede ulteriori energie, fisiche e mentali, e non sempre riesco a trovarle.

Durante la corsa invece non c’è molto che possa fare contro la distonia. In pratica il piede sinistro si irrigidisce e mi impedisce di correre. Se insisto finisco per zoppicare trascinando la gamba. Per questo motivo non potrei correre, se non assumendo levodopa, un composto in grado di compensare la carenza di dopamina che il corpo non è più in grado di produrre.

Il problema è che la sua efficacia risulta comunque limitata e ritardata: su di me l’effetto inizia dopo un’ora dal momento dell’assunzione e termina dopo circa un’altra ora. In più funziona solo se assunta a stomaco vuoto.

Tutto ciò complica la preparazione a una gara. Bisogna programmare bene i momenti di presa del farmaco prima della partenza in modo da garantire copertura per tutta la corsa e da riuscire ad assumere anche abbastanza carboidrati per avere sufficiente benzina per correre.

Inoltre il tempo necessario per completare i 42 Km oltrepassa la durata massima dell’effetto del farmaco. Significa che devo assumerne una piccola quantità mentre corro, sperando che il mio corpo sia in grado di digerirla, metabolizzarla e convertirla in dopamina mentre è impegnato in un’attività di tipo aerobico. Per fortuna me ne basta poca perché gli effetti della corsa facilitano il mantenimento del movimento.

Il percorso che mi ha portato alla mia prima maratona è iniziato a dicembre del 2017, quando, alla faccia del Parkinson, stavo attraversando il periodo di forma fisica migliore della mia vita. Dopo aver chiuso per la prima volta una mezza maratona in meno di 1h 30′, decisi che era giunto il momento di passare allo step successivo.

Purtroppo però le cose non andarono come previsto: prima la pubalgia mi tenne fermo ai box diversi mesi, poi altri infortuni ai tendini d’Achille non mi davano tregua. Ma la voglia di correre quei maledetti 42 Km è sempre rimasta accesa, viva e ben presente nella mia testa.

Ad Agosto decisi di riprovarci entro la fine dell’anno, nonostante mi portassi dietro ancora alcuni acciacchi persistenti. Per celebrare il mio esordio scelsi la Verona Marathon del 18 Novembre.

L’obiettivo che mi ero posto era di terminare entro le tre ore e venti minuti. Un traguardo che sentivo alla mia portata anche se in verità, essendo un esordiente sulla distanza, non potevo sapere a cosa andavo incontro, soprattutto non sapevo come avrebbe reagito il mio fisico, se avrebbe retto fino in fondo o se sarei andato incontro ad una crisi di dopamina, o a qualche altra noia causata dalla malattia.

Con disciplina e perseveranza sono riuscito a sostenere l’intero programma di allenamento senza saltare neanche una sessione. Così, dodici settimane e oltre 800 Km dopo, sono pronto dietro la linea di partenza in mezzo a migliaia di altri runner in attesa del via.

Mi concentro. Sento svanire tutti i timori e la consapevolezza del lavoro svolto mi regala sensazioni normalmente sconosciute di serenità e fiducia nei miei mezzi. Inno d’Italia e finalmente lo sparo. Una quarantina di secondi per riuscire a transitare sotto l’arco della partenza e la mia prima maratona può cominciare.

Come da programma, prendo subito contatto visivo coi pacers delle 3h20′ e – senza fretta – cerco di mettermi in scia per usufruire del loro prezioso servizio che mi sgrava dalla preoccupazione di controllare costantemente l’andatura.

Rimango con loro per quasi tutta la prima metà di gara senza registrare particolari problemi. Mi godo la giornata spettacolare e il percorso molto scorrevole e anche parecchio remunerativo, soprattutto nei tratti lungo l’Adige. La frequenza cardiaca è stabile, poco sopra i 150 battiti/min.

La mia maggiore preoccupazione è riuscire a rispettare il programma stabilito che prevede una compressa di levodopa al ristoro del 10° Km ed un’altra mezza al 20°. Inoltre mi sono riproposto di idratarmi a tutti i ristori prima con acqua e poi con integratori, e di assumere gel poco prima del 15°, 25° e 35° Km.

Il Parkinson ad ogni modo non mi darà noia tranne che per un po’ di rigidità alle braccia, soprattutto negli ultimi Km.

Tutto sembra girare per il meglio, anche il mio tendine destro infiammato si è lamentato solo un po’ all’inizio e poi non si è più sentito. Cresce dentro di me la sensazione che sia la giornata giusta per realizzare grandi imprese.

Sto bene e non voglio tornare a casa con dei rimpianti, per cui una volta superato il ristoro del 20° e dunque finalmente libero dal pensiero dei farmaci, decido che è giunto il momento di abbandonare gli indugi. Saluto la compagnia, mollo il freno a mano e comincio a spingere delicatamente sul pedale del gas.

Da questo momento in poi inizio una serie infinita di sorpassi – che proseguirà fino alla fine – mentre io continuo a spingere sempre un po’ di più, in leggera progressione. La FC sale a 160 bpm.

Attorno al 33°-34° Km l’andatura diventa forzata, correre ora richiede impegno e fatica e comincio ad essere un po’ stanco. Finalmente sento arrivare la mia “compagna” sofferenza, partner abituale di tante gare. La stavo aspettando, ho lavorato tre mesi per prepararmi a questo momento. Sono pronto.

Non sento però di starmi scontrando col tanto atteso “muro” (probabilmente aver risparmiato energie nella prima metà me l’ha evitato), non avverto crisi ipoglicemiche o quant’altro, si tratta piuttosto di un naturale ma deciso aumento della fatica conseguente al passare dei chilometri e al graduale incremento del ritmo.

Mentalmente mi sento lucido e pronto a reggere lo sforzo. Ripenso alle centinaia di chilometri accumulati in allenamento per arrivare fin qui. Rallentare non se ne parla. Per cui continuo a spingere cercando di rimanere concentrato. E inizio a contare i Km che mancano alla fine.

A preoccuparmi sono piuttosto i muscoli delle gambe che verso il 36° Km cominciano ad essere parecchio stanchi, in particolare sento crescere il dolore ai polpacci. Faccio attenzione a non spingere troppo nelle salite e cerco di alleggerire il passo nelle discese per scioglierli un po’.

38° Km. Sono in affanno adesso e non vedo l’ora di arrivare. La mia andatura si fa scomposta, ma cresce dentro di me la certezza di poter continuare a spingere in questo modo fino in fondo. Ormai manca poco.

Gli ultimi 2 Km li corro a 4:23/Km. Finalmente rivedo l’arena. Comincio a circumnavigarla, mi sembra di girarci attorno all’infinito…

Finché spunta il tappeto rosso e in lontananza l’arco del traguardo. Corro gli ultimi 100 metri fra due ali di folla che applaude, ma io non sento nulla.

Non guardo nemmeno il cronometro. Con la pelle d’oca, alzo le dita al cielo per ringraziare chi mi ha assistito da lassù e poi le braccia si allargano per afferrare il più possibile queste incontenibili emozioni ed assaporarle pienamente.

Mentre taglio il traguardo, con stampato in faccia un sorriso indescrivibile, vorrei che il tempo si fermasse e questo attimo diventasse eterno.

Sono arrivato alla fine del viaggio. Valeva la pena sopportare mesi di fatiche, sacrifici e privazioni per vivere gli ultimi metri di una maratona?

Sì. Senza alcun dubbio. Ora ne ho la certezza.

Mi fermo. Il cronometro ufficiale segna 3h 14’24”, meglio del previsto. Mi sento ebbro di soddisfazione, appagato, realizzato, orgoglioso di essere diventato un maratoneta. E di averlo fatto a modo mio.

Tornando verso casa mi sembra di camminare a un metro dal suolo, in mezzo alla gente ignara delle emozioni che sto vivendo. Adesso so cosa significa correre una maratona. Dopo aver letto e sentito per anni i racconti più o meno mitologici di tanti altri maratoneti, invidiando le loro gesta e sognando di imitarli, ora finalmente anch’io posso godermi la mia medaglia.

di Edoardo Leotta  – dopaminoagonista.com

One thought on “Maratoneta Parkinsoniano

  1. Grande Edoardo, avevo già letto il tuo preciso ed emozionante racconto, pieno di spunti tecnici molto interessanti soprattutto per me, che condivido con te la stessa sorte e la stessa passione, il Parkinson e lo sport, nel mio caso il triathlon. Anche a questa nuova lettura ho trovato nuove emozioni nelle tue parole e devo confessarti ho provato ammirazione ed anche invidia del tuo 3,14 sulla maratona, che io posso solo sognare da lontano con il
    mio 3,54 di valencia nel 2012 quando ancora ero, forse, sano. Grazie del racconto e dell’esempio di determinazione e perseveranza che stai divulgando in modo fantastico con il tuo blog. Spero di incontrarti presto e di correre qualche centinaio di metri insieme, almeno fino a quando riuscirò a respirare per correre ai tuoi ritmi.

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